LA VIOLENZA DOMESTICA
Merete Amann Gainotti
Facoltà di Scienze della Formazione
Università di Roma Tre

 


Il fenomeno della violenza coniugale, o domestica, pone numerosi e seri problemi a livello sociale, familiare e psicologico. Solo di recente se ne è riconosciuto l’estensione e la gravità e si è cominciato a prendere seriamente in considerazione le conseguenze che sono di ordine non solo psicologico ma anche sociale ed economico.
Al riguardo, rispetto al costo economico, vi sono una serie di articoli scientifici,pubblicati negli anni ’80 e ’90 che analizzano e cercano di fornire delle stime relative al costo della violenza domestica per i sistemi sanitari dei vari paesi, costi relativi alle medicazioni di ferite, contusioni, fratture, ai ricoveri, ai traumi, nonché alle conseguenze a lungo termine come alcolismo, tossicomania, depressioni, assenze dal lavoro ecc. (Straus, 1986; Heise, 1994; Godenzi, Yodanis, 1999).
In Italia vi è stato una sorta di negazione del problema sia da un punto di vista istituzionale che sociale; la violenza domestica per molto tempo è stata percepita come un affare privato e non come un reato contro la persona (Ventimiglia, 1996), per cui sono ancora poche le ricerche e le pubblicazioni realizzate in lingua italiana, che si occupano di questa problematica.
Le percezioni e le rappresentazioni sociali relative alla violenza domestica stanno cominciando a cambiare. Come appena detto, prima si riteneva che si trattasse di un fenomeno privato, da relegare nel segreto delle mura domestiche. Si riteneva anche che gli uomini violenti fossero degli individui di ceto sociale basso, degli individui poveri, sfruttati, frustati, alcolizzati che si vendicavano sulla donna, a volte anche sui bambini della propria decadenza sociale e delle umiliazioni subite, mentre attualmente, in base a dati statistici, si sa che il fenomeno è ampio e tocca tutti i ceti sociali e tutte le culture.
Spesso le uniche statistiche disponibili, parziali, provenivano da alcune istituzioni come la polizia o i servizi sanitari di Pronto Soccorso, oppure provenivano da servizi di ascolto  elefonico o da case di accoglienza. Questi dati, quando esistevano, erano comunque insufficienti per dare un’idea dell’ampiezza del fenomeno.